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«Era come vivere in campagna»

Il borgo antico di Librino nei ricordi di chi non si rassegna

martedì 29 giugno 2010, di Roman Henry Clarke

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Eleonora Guzzetta

Ci vive da 36 anni, tutta una vita. Ci ha portato a viverci anche suo marito Santo. Eleonora Guzzetta è librinese di nascita e di paternità, figlia di quell’Alfio Guzzetta che tanti palcoscenici ha calcato e tanto impegno profonde per l’arte ed il suo quartiere. Ma lei, la figlia, dottoressa in Lettere Moderne con una tesi su "Le donne del fumetto" che, per i tipi di Tunuè, è diventato un piccolo bestseller a tre voci nel suo genere, non è da meno. Operatrice culturale, progettista grafica, fotografa, è fondatrice dell’Officina Culturale (e circolo ARCI) "South Media", con cui ha portato a Catania il "bookcrossing" ed eventi letterari e cinematografici unici e preziosi. Eventi che abbracciano tutta Catania e la Sicilia, ma Librino, il borgo vecchio, è lì, nel suo cuore, nella sua quotidianità. Ed ha deciso, con un preciso e duro sfogo pubblicato su internet, di raccontare un pezzo di questa "storia", che nasce dalla vecchia scuola, prima "Pestalozzi" e poi plesso della "Brancati", ma ha un respiro profondo e mai domo.

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Quel che resta della scuola

Quindi, la vecchia scuola come paradigma di un quartiere, dove non si è tenuto conto della socialità, dove si sono creati, con il cemento dei palazzoni dormitorio senza servizi, senza spazi comuni, l’isolamento fra le persone, l’incomprensione, la frattura sociale fra i "vecchi librinesi" che non hanno accettato l’esproprio, lo scempio, e i "nuovi librinesi", che in pochi sembrano rispettare chi in quel quartiere ci vive da sempre, da generazioni. E uno spazio di socialità potrebbe tornare ad essere (come lo era già in passato: per i genitori degli alunni, per chi la frequentava, finanche per i parrocchiani per riunioni, manifestazioni, incontri) quella scuola, che già chiusa è però stata usata come seggio elettorale, lasciando intuire che è stata lasciata così, con tutti gli arredi, palesando il non sapere che farne da parte di chi ha trasferito alunni e insegnanti nel nuovo plesso.

«Si potrebbe risolvere il problema della temporanea non agibilità di parte dell’edificio, o comunque usare la parte ancora e comunque agibile - ci dice Eleonora - ma invece gli incendi si sono ripetuti nelle settimane, anche se il fatto che i Vigili del Fuoco siano stati chiamati è pur un segno di partecipazione, di attenzione, di attaccamento».

Ma non basta, ci vuole l’intervento delle istituzioni (come si legge nei commenti dei lettori del "racconto" di Eleonora, su Facebook, ritenute troppo lontane dalle esigenze dei cittadini, del territorio), per evitare che nasca «un nuovo palazzo di cemento», o un nuovo palazzo delle poste, aggiungiamo noi, con il triste accamparsi di emarginati e tossicomani, che spesso concludono lì la loro triste esistenza con una siringa nel braccio.

«Una "casa per le associazioni", un luogo di ritrovo per gli anziani - prosegue - non voglio proporre un utilizzo univoco, ma si eviti la perdita di questa struttura, e il suo bagaglio, anche simbolico, di memoria, e la si restituisca ai cittadini, perché la sentano nuovamente come propria, che non si sentano ancora e sempre più scippati».

Non ci sta a veder finire e sfinire la sua terra, Eleonora, non intende barricarsi in casa e "non vivere Librino". Lo ha dimostrato negli anni, in discorsi pubblici e scritti ben affilati, ad esempio con le lotte per le linee bus urbane (portando la voce dei librinesi anche al "Maurizio Costanzo Show", anni fa), lei, affascinante e giovanissima "vecchia librinese" che fa parte di quella piccola minoranza ignorata dai politici attratti dai grandi e facili numeri di Librino "nuovo".

«Siamo quasi come i palestinesi - ci dice - la nostra terra è stata colonizzata in maniera violenta e dissennata. Si è pensato a costruire senza tener conto, e secondo me è stato un errore anche antieconomico per gli speculatori palazzinari, della vocazione agricola, e particolarmente vitivinicola, del vecchio Librino, snaturandolo. Il nostro vino, come ho scoperto, è stato decantato anche in un ditirambo di Micio Tempio, ed oggi è solo un ricordo lontano». In una Sicilia dove, riflettiamo, il wine business sta assumendo proporzioni notevoli, il rosso librinese, tanto forte quanto gradevole, oggi farebbe la parte del leone. Un’occasione irrimediabilmente perduta.

Eppure, la guardi con l’incarnato che sembra venire da lontano, il sorriso disarmante e quegli occhi azzurri che "bucano" e inchiodano la tua attenzione, e capisci che mica per questo lei si fermerà, che mica farnetica, che mica Librino è perduto. Perché lei, che è librinese e si sente librinese, sa bene, con fede e analiticità, che il corso della storia si può invertire.

Roman Henry Clarke

1 Messaggio

  • «Era come vivere in campagna»

    27 luglio 2010 12:50, di Assoc-Stella del sud

    Bravissima Eleonora!!!!!
    Una piccola proposta: perchè non racconti in un libro la storia del Borgo Librino (nascita-ecc.ecc.)?
    Abito anch’io al Librino in uno di quei palazzoni di cemento e amo molto questo luogo e comprendo come doveva essere bello
    prima che ci costruissero.
    Ma adesso è tutto cambiato e indietro non si può tornare, ma tu potresti farlo rivivere nei nostri cuori.
    In bocca al lupo!
    Associazione di volontariato artistica teatrale
    Stella del Sud




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