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Sono passati 12 mesi da quel 2 febbraio

martedì 12 febbraio 2008, di Luciano Bruno

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in cui perse la vita l’ispettore capo di polizia Filippo Raciti. L’indomani andai al mercatino di Piazza Spedini pensando che fosse chiuso, ma con stupore notai che lì dove la sera prima era morto il poliziotto, c’erano le bancarelle, proprio come se non fosse successo niente. Ritornai a casa e sfogai la mia rabbia con mio fratello Fabio, che commentò: "questa non è la Catania che amo”. Andai alla Redazione di Casablanca e parlai con Graziella Proto, il Direttore, chiedendole di fare qualcosa. L’idea fu quella di fare un’edizione straordinaria del giornale ed io non ho mai visto tanti giovani lavorare tutti insiemi con un unico obiettivo. Decidemmo inoltre di organizzare un’assemblea pubblica per il 9 febbraio in Piazza Spedini, così quel venerdì, ad una settimana dai fatti, eravamo tutti puntuali all’appuntamento. La prima cosa che notai nella piazza furono le forze dell’ordine in assetto antisommossa; quella sera pioveva quindi non era possibile svolgere l’assemblea in piazza, così siamo stati ospitati all’interno del palazzetto dello sport di Cibali. C’erano più di 400 persone e si avvertiva a pelle che erano tutte lì perché volevano cambiare qualcosa. Mi colpì immediatamente uno striscione dietro il palco d’onore, che diceva: “No alla violenza e al degrado sociale, Catania grida basta”. Quella sera pure io feci un intervento, partendo da queste parole: “sono contento di vedere quello striscione che dice “ Il riscatto di Catania parte da Librino” e vi spiego anche il perché: io ho vissuto ventidue anni della mia vita in questo quartiere e vi garantisco che non siamo come ci hanno descritto i media sia nazionali che internazionali. Io da bambino andavo a lavorare perché a casa mia c’era fame e nessuno ha fatto niente, mentre noi bambini a quella età avremmo dovuto giocare. E’ un diritto dei bambini giocare. Quando nel 1983 – continuai a raccontare - ho messo piede a Librino non c’era neanche il campo sportivo. Era il mese di giugno, faceva caldo, io e degli amici abbiamo visto un terreno, ci siamo forniti di martello e scalpello e lo abbiamo sterrato fino a trasformarlo in campo sportivo. Abbiamo chiesto al comune se ci pagava la ruspa per appianare il campo: ci hanno detto di no . Noi non ci siamo arresi e la ruspa l’abbiamo pagata noi. Dopo un mese la ruspa l’hanno mandata, ma per abbattere il campo. “ Ragazzi - dicevano - qui devono passare i tubi dell’acqua”. Ma quell’acqua, un bene importante, in quella zona ancora l’aspettano” . Quel giorno la mia conclusione fu questa e penso che ancora oggi valga lo stesso discorso: “ amministratori, politici, sinistra, destra, nord, sud, est, ovest: non vi dimenticate di noi, perché Librino non è solo delinquenza”.




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